Un’istanza formale e urgente è stata indirizzata al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere il rinvio del cosiddetto “Decreto Primo Maggio”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026. Il documento, firmato da Claudio Armeni, segretario generale di CONF.SELP e promotore del Coordinamento Intersindacale Nazionale (C.I.N.), denuncia presunti profili di incostituzionalità nella nuova normativa sul lavoro.
La richiesta arriva in un momento delicato, con il provvedimento in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e destinato a incidere in modo significativo sul sistema della contrattazione collettiva e degli incentivi occupazionali.
I punti critici del decreto
Secondo i promotori dell’istanza, il decreto introduce meccanismi che rischiano di alterare profondamente l’equilibrio della rappresentanza sindacale e datoriale. In particolare, viene contestato il principio secondo cui l’accesso agli incentivi pubblici sarebbe legato esclusivamente ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”.
Questa impostazione, si legge nel documento, finirebbe per escludere numerose sigle sindacali e datoriali, riducendo il pluralismo e limitando la libertà di organizzazione garantita dalla Costituzione.
Dubbi di costituzionalità
L’istanza evidenzia quattro principali profili di possibile incostituzionalità:
- Libertà sindacale (Art. 39): il decreto potrebbe comprimere il pluralismo sindacale, favorendo solo alcune organizzazioni senza una legge organica sulla rappresentatività.
- Diritto di difesa (Art. 24): le organizzazioni escluse non avrebbero strumenti adeguati per contestare i criteri adottati.
- Imparzialità della Pubblica Amministrazione (Art. 97): i parametri utilizzati per definire la rappresentatività non sarebbero trasparenti né oggettivamente verificabili.
- Decretazione d’urgenza (Art. 77): viene messa in discussione la reale necessità e urgenza di intervenire con decreto su una materia strutturale e complessa.
Secondo i firmatari, questi elementi renderebbero il provvedimento giuridicamente fragile e potenzialmente lesivo dell’assetto democratico delle relazioni industriali.
Il ruolo del CNEL e delle parti sociali
Un ulteriore punto critico riguarda il ruolo attribuito a soggetti come il CNEL e le principali confederazioni nella definizione dei contratti “leader”. L’assenza di criteri normativi chiari e condivisi rischierebbe, secondo l’istanza, di delegare a soggetti privati una funzione determinante per l’accesso a risorse pubbliche.
La questione si inserisce in un dibattito già acceso, emerso anche durante l’assemblea del CNEL del 22 aprile 2026, richiamata nel documento come precedente rilevante.
La richiesta: rinvio e revisione
Alla luce delle criticità evidenziate, i promotori chiedono al Presidente della Repubblica di esercitare le prerogative previste dall’articolo 74 della Costituzione, rinviando il decreto al Governo con un messaggio motivato.
L’obiettivo è evitare che un provvedimento considerato “tecnicamente incerto e costituzionalmente dubbio” produca effetti immediati e difficilmente reversibili sul sistema del lavoro italiano.
Un confronto ancora aperto
La vicenda apre un nuovo fronte nel confronto tra istituzioni e parti sociali sul tema della rappresentanza e del salario. Con numerose organizzazioni sindacali e datoriali coinvolte, il dibattito appare destinato a proseguire anche nelle sedi parlamentari.
Resta ora da vedere quale sarà la decisione del Quirinale e se il decreto subirà modifiche prima della sua definitiva entrata in vigore.
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