Il Servizio sanitario nazionale si prepara ad affrontare una delle sfide più critiche dei prossimi decenni: la carenza strutturale di medici. Secondo le stime, tra il 2026 e il 2038 potrebbero andare in pensione fino a 39mila professionisti, con un picco di circa 3.200 uscite l’anno tra il 2029 e il 2033.
Il fenomeno si inserisce in un contesto demografico profondamente cambiato. In quarant’anni la popolazione over 65 è raddoppiata e gli over 80 sono più che triplicati, determinando un aumento significativo della domanda di cure e assistenza, soprattutto per le patologie croniche.
La carenza è già evidente: mancano oltre 16.500 medici e la distribuzione sul territorio è fortemente disomogenea. Alcune Regioni scendono sotto i 9 medici ogni 1.000 abitanti, mentre altre superano quota 17 grazie a modelli organizzativi e finanziari più flessibili. Un divario che si riflette direttamente sull’accesso alle cure.
Le criticità emergono anche nella formazione. Nonostante l’aumento dei posti nei corsi di Medicina e nelle scuole di specializzazione, molte borse restano non assegnate, soprattutto in discipline chiave come emergenza-urgenza, radioterapia, microbiologia e cure palliative. A pesare sono carichi di lavoro elevati, prospettive economiche limitate e una qualità della vita professionale percepita come poco sostenibile.
A questo si aggiungono anni di politiche di contenimento della spesa e un flusso costante di professionisti verso l’estero: tra il 2000 e il 2022 quasi 180mila operatori sanitari hanno lasciato l’Italia. Secondo gli esperti, la risposta non può essere solo quantitativa, ma deve includere una riorganizzazione del lavoro sanitario, maggiore flessibilità gestionale e un’integrazione più efficace tra ospedale e territorio.