Il biometano si conferma una delle tecnologie più promettenti per sostenere la decarbonizzazione dei settori difficili da elettrificare, come trasporti, industria e comparto residenziale. Tuttavia, nonostante la crescita attesa nei prossimi anni, il settore italiano rischia di non raggiungere gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC).
È quanto emerge dal Biomethane & Biofuels Report 2026 elaborato da Energy & Strategy della POLIMI School of Management. Lo studio evidenzia come la produzione nazionale di biometano sia destinata a crescere in modo significativo entro il 2030, ma non abbastanza da colmare il divario rispetto ai target previsti.
Produzione in aumento, ma il divario resta ampio
Secondo il rapporto, nello scenario più favorevole la produzione italiana potrebbe raggiungere 3,8 miliardi di metri cubi standard all'anno entro il 2030, rispetto agli 0,9 miliardi registrati nel 2025. In uno scenario più prudente, la produzione si fermerebbe invece a 2,9 miliardi di metri cubi.
Nonostante questi risultati rappresentino una crescita importante, il gap rispetto agli obiettivi del PNIEC rimarrebbe compreso tra 1,2 e 2,1 miliardi di metri cubi all'anno. Un dato che evidenzia come gli attuali strumenti normativi e incentivanti non siano ancora sufficienti per sostenere uno sviluppo pienamente coerente con le strategie energetiche nazionali.
Le criticità che frenano il mercato
Secondo Paolo Maccarrone, direttore scientifico del Report, il comparto continua a essere caratterizzato da numerosi ostacoli strutturali che ne limitano la competitività.
Tra le principali criticità figurano la complessità delle procedure autorizzative, la difficoltà di accesso ai finanziamenti, la frammentazione della produzione e una filiera ancora poco integrata. A queste problematiche si aggiunge il differenziale di costo rispetto al metano fossile, che rende ancora necessario il ricorso a meccanismi di sostegno pubblico.
Per gli operatori del settore, inoltre, manca una visione strategica di lungo periodo capace di garantire stabilità normativa e favorire investimenti duraturi.
Una filiera ancora troppo frammentata
Uno degli aspetti più problematici evidenziati dal report riguarda la struttura stessa del mercato italiano del biometano. La produzione è infatti distribuita tra centinaia di impianti di piccole dimensioni, spesso gestiti da soggetti indipendenti.
L'assenza di operatori in grado di aggregare l'offerta e coordinare la filiera limita la possibilità di sviluppare economie di scala e di stipulare contratti di lungo periodo. Una debolezza che diventa ancora più rilevante alla luce dei crescenti obblighi europei in materia di sostenibilità, tracciabilità e certificazione delle biomasse.
Italia ed Europa: il confronto sulla capacità produttiva
A livello europeo il settore continua a crescere rapidamente. Nel 2024 la capacità produttiva di biometano ha raggiunto quasi 5,5 miliardi di metri cubi all'anno, grazie a oltre 1.600 impianti attivi.
Francia, Germania, Danimarca, Regno Unito e Italia rappresentano insieme circa l'85% della capacità installata del continente. In particolare, la Francia guida la classifica europea per numero di impianti e volume produttivo.
In Italia, invece, a giugno 2026 risultano operativi 176 impianti di biometano, con una capacità complessiva superiore a un miliardo di metri cubi annui. La maggior parte delle installazioni si concentra nel Nord del Paese, dove la disponibilità di biomasse agricole e zootecniche favorisce lo sviluppo della filiera.
Il ruolo crescente dei biocombustibili liquidi
Accanto al biometano, il report dedica ampio spazio ai biocombustibili liquidi, considerati una delle principali soluzioni per ridurre le emissioni nei trasporti.
Negli ultimi anni il consumo nazionale si è mantenuto relativamente stabile, mentre all'interno del mix energetico si osserva una crescita significativa dell'HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), destinato progressivamente a sostituire il biodiesel tradizionale FAME.
L'HVO presenta infatti il vantaggio di poter essere utilizzato direttamente nei motori a combustione interna senza modifiche tecniche, caratteristica che ne favorisce la diffusione sia nel trasporto stradale sia nei settori più difficili da decarbonizzare.
Sicurezza energetica e filiere nazionali
Secondo gli esperti, uno dei temi più rilevanti per il futuro dei biocombustibili riguarda l'approvvigionamento delle materie prime. Attualmente una quota significativa degli oli vegetali utilizzati proviene dall'estero, in particolare dal Sud-Est asiatico.
Per questo motivo il rapporto sottolinea la necessità di rafforzare le filiere nazionali, ridurre la dipendenza dalle importazioni e promuovere processi produttivi più sostenibili. Un percorso che richiederà investimenti, innovazione tecnologica e politiche industriali stabili nel lungo periodo.
Le prospettive al 2035
Le previsioni elaborate da Energy & Strategy indicano una crescita significativa sia per il biometano sia per i biocombustibili liquidi nel prossimo decennio.
Nel caso del biometano, la produzione potrebbe raggiungere tra 5,1 e 6,8 miliardi di metri cubi all'anno entro il 2035. Per i biocombustibili liquidi, invece, i consumi potrebbero salire fino a 4 milioni di tonnellate annue, trainati soprattutto dalla diffusione dell'HVO e, nel medio periodo, dall'incremento del Sustainable Aviation Fuel (SAF) richiesto dalle normative europee per il settore aereo.
Lo scenario delineato dal report conferma il ruolo strategico delle biomasse nella transizione energetica, ma evidenzia anche la necessità di interventi strutturali per trasformare il potenziale di crescita del settore in risultati concreti e duraturi.
fonte Shutterstock