L’Italia si conferma ai vertici europei dell’economia circolare, ma il quadro che emerge dall’VIII Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026 evidenzia anche profonde criticità legate alla dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento delle materie prime. Il documento, presentato a Roma dal Circular Economy Network insieme a ENEA e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, mette in luce come il sistema industriale italiano sia oggi uno dei più efficienti in Europa sul fronte del riciclo, ma ancora troppo esposto alle instabilità geopolitiche e ai rincari internazionali.
Secondo il Rapporto, il 46,6% delle materie prime trasformate in Italia proviene dall’estero, un dato nettamente superiore rispetto alla media europea del 22,4%. Una dipendenza che pesa soprattutto in un contesto globale caratterizzato da tensioni commerciali, restrizioni all’export di materiali strategici e crescente volatilità dei prezzi delle risorse energetiche e industriali.
Il costo crescente della dipendenza estera
Nel 2025 la spesa italiana per l’importazione di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un incremento superiore al 23% rispetto al 2021. A incidere maggiormente sono i metalli strategici come nichel, rame e acciaio, il cui costo continua ad aumentare a causa delle tensioni geopolitiche internazionali e della crescente domanda legata alla transizione energetica.
Il Rapporto evidenzia come la crisi dello Stretto di Hormuz, i conflitti internazionali e l’aumento delle restrizioni commerciali abbiano reso ancora più evidente la vulnerabilità delle economie europee. Dal 2009 al 2024, secondo i dati OCSE, le limitazioni all’esportazione di materie prime critiche sono aumentate di cinque volte, coinvolgendo materiali essenziali per batterie, tecnologie green e infrastrutture industriali.
In questo scenario, l’economia circolare non rappresenta più soltanto una scelta ambientale, ma una vera strategia industriale e geopolitica.
I punti di forza italiani: riciclo e produttività
Nonostante le difficoltà, l’Italia mantiene risultati eccellenti sul fronte della circolarità. Il tasso di utilizzo circolare della materia ha raggiunto il 21,6%, il più alto d’Europa, quasi il doppio della media UE ferma al 12,2%.
Anche il riciclo dei rifiuti rappresenta un’eccellenza nazionale. L’Italia recupera infatti oltre l’85% dei rifiuti complessivamente gestiti, superando nettamente Paesi come Francia, Germania e Spagna. Ottimi risultati anche per il riciclo degli imballaggi, con un tasso che supera il 76%.
Altro dato significativo riguarda la produttività delle risorse: nel 2024 l’Italia ha generato 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, confermandosi il sistema economico più efficiente tra le principali economie europee.
Investimenti in calo e ritardi da colmare
Accanto ai risultati positivi emergono però criticità strutturali. Gli investimenti privati nelle attività legate all’economia circolare risultano in calo: dai 13,1 miliardi di euro del 2019 si è scesi a 10,2 miliardi nel 2023. Una frenata che rischia di rallentare l’innovazione proprio nel momento in cui servirebbe accelerare la transizione.
Anche sul fronte del PNRR permangono difficoltà operative, con tempi di attuazione che rischiano di compromettere la realizzazione degli impianti previsti entro il 2026.
Secondo il Circular Economy Network sarà quindi fondamentale rafforzare il mercato delle materie prime seconde, incentivare riparazione e riuso, sostenere la progettazione di prodotti riciclabili e favorire investimenti pubblici e privati nelle filiere circolari.
Circolarità come strategia industriale
Il Rapporto sottolinea inoltre l’importanza di sviluppare nuove filiere per il recupero di materiali critici come fosforo, magnesio e terre rare. In particolare, ENEA evidenzia il potenziale delle cosiddette “miniere urbane”, ovvero il recupero di materiali strategici dai rifiuti elettronici, dai fanghi di depurazione e dagli scarti industriali.
Per l’Italia, accelerare la transizione circolare significa non solo ridurre l’impatto ambientale, ma anche aumentare sicurezza economica, competitività industriale e autonomia strategica. Una sfida che coinvolge istituzioni, imprese e consumatori e che nei prossimi anni sarà sempre più centrale nelle politiche europee e nazionali.
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