A dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 colpì Amatrice e numerosi territori del Centro Italia, la questione della ricostruzione non può più essere affrontata soltanto in termini di cantieri, edifici e tempi di completamento.
È questo il messaggio lanciato dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC), che richiama l’attenzione su un rischio che potrebbe diventare altrettanto grave della perdita del patrimonio edilizio: ricostruire i luoghi senza riuscire a ricostruire le comunità che li abitavano.
“Dobbiamo chiederci con franchezza che futuro stiamo costruendo”, sottolinea il presidente del CNAPPC Alessandro Panci, evidenziando come una parte consistente della popolazione abbia ormai lasciato i territori colpiti dal sisma.
Secondo il presidente, il 25-30% dei residenti non risiede più in questi territori, mentre per completare le opere potrebbero essere necessari ancora circa dieci anni.
Altri dieci anni per completare la ricostruzione
Il fattore tempo diventa quindi centrale. Se alla prima decade trascorsa dal terremoto si aggiungessero altri dieci anni di ricostruzione, si arriverebbe a un percorso complessivo di circa vent'anni.
Un arco temporale che, secondo Panci, rischia di produrre conseguenze difficilmente reversibili sul piano demografico e sociale.
“Venti anni complessivi rappresentano un salto generazionale”, osserva il presidente degli Architetti. Chi ha lasciato i territori nel frattempo può aver costruito altrove la propria vita, mentre le nuove generazioni potrebbero non avere più un legame concreto con i luoghi di origine.
Il problema, dunque, non è soltanto quando saranno terminati gli edifici, ma chi li abiterà una volta conclusi i lavori.
Il rischio dei borghi trasformati in “cartoline”
Uno degli scenari che il CNAPPC invita a evitare è quello della trasformazione dei centri storici in “borghi-cartolina”: luoghi perfettamente ricostruiti sotto il profilo architettonico, ma privi di una popolazione stabile e di una vita quotidiana.
In questo scenario il turismo, da possibile elemento di rilancio, rischierebbe di diventare l'unica funzione economica dei territori.
Per Panci, affidare la rinascita di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e delle loro frazioni esclusivamente ai visitatori sarebbe un errore strategico. Un borgo vive infatti anche grazie a negozi, servizi, attività produttive, scuole, relazioni sociali e presenza quotidiana dei residenti.
Senza questi elementi, il rischio è quello di una progressiva standardizzazione dell'offerta turistica, con la perdita delle caratteristiche che rendono riconoscibile e vivo un territorio.
Superare il paradigma del “com'era, dov'era”
Al centro della riflessione degli Architetti c'è anche il tradizionale principio del “com'era, dov'era”.
La ricostruzione fedele del patrimonio rappresenta certamente un obiettivo importante, ma secondo il CNAPPC non può diventare l'unico criterio attraverso cui definire il futuro dei territori terremotati.
Ricostruire un edificio, infatti, non equivale automaticamente a ricostruire la comunità che lo abitava.
La domanda da porsi, secondo Panci, deve quindi spostarsi dalla sola dimensione fisica a quella sociale, economica e funzionale: quali attività troveranno spazio negli edifici ricostruiti? Quali servizi saranno disponibili? Quali condizioni potranno convincere famiglie e giovani a tornare?
Riportare subito la vita nei territori
Per evitare che la ricostruzione proceda separatamente dalla rigenerazione sociale, il CNAPPC propone di riportare progressivamente vita e funzioni nei territori anche prima del completamento dell'intero processo ricostruttivo.
L'obiettivo è riaprire progressivamente gli spazi ai residenti, al commercio e ai servizi essenziali, senza aspettare che ogni intervento edilizio sia terminato.
La ricostruzione dovrebbe quindi essere accompagnata da una strategia capace di mantenere attivi i centri e di creare le condizioni per il ritorno della popolazione.
Non si tratta soltanto di accelerare i cantieri, ma di fare in modo che, parallelamente ai lavori, rimangano o tornino a esistere le ragioni per vivere quei luoghi.
Incentivi fiscali per favorire il ritorno
Accanto alla dimensione urbanistica e sociale, il CNAPPC individua una leva economica considerata fondamentale.
Secondo Panci, occorre rafforzare gli incentivi e alleggerire il peso di imposte come IMU e TARI, così da rendere più conveniente per famiglie e giovani tornare a vivere, investire e rimanere nei territori colpiti dal sisma.
La ricostruzione fisica, in questa prospettiva, dovrebbe essere accompagnata da politiche strutturali per il ripopolamento e per la riattivazione del tessuto economico locale.
Il tema non riguarda quindi soltanto la disponibilità di abitazioni, ma la possibilità concreta di costruire un progetto di vita.
Non soltanto turismo: servono economia e servizi
Il turismo può rappresentare una risorsa, ma non può essere l'unica risposta allo spopolamento.
Per rendere nuovamente attrattivi i centri colpiti dal terremoto occorre ricostruire anche il sistema delle funzioni quotidiane: attività commerciali, servizi, spazi pubblici, opportunità di lavoro e luoghi di socialità.
È questo il passaggio che può trasformare la ricostruzione da semplice ripristino edilizio a rigenerazione territoriale.
Il rischio, altrimenti, è di realizzare edifici nuovi e sicuri senza riuscire a creare un ecosistema capace di mantenerli vivi nel tempo.
La domanda: “per chi” e “per quale futuro”?
La riflessione del CNAPPC arriva quindi a una domanda che va oltre la gestione dei cantieri: per chi e per quale futuro ricostruire?
Il numero degli edifici completati non può essere l'unico indicatore del successo della ricostruzione. Occorre interrogarsi anche su chi abiterà quegli edifici, quali attività potranno ospitare e quali servizi renderanno possibile la vita quotidiana.
In questa prospettiva, la ricostruzione non dovrebbe limitarsi a restituire “contenitori”, ma deve riuscire a ricreare un “contenuto” fatto di persone, attività e relazioni.
La sfida per il prossimo decennio
Il futuro di Amatrice e degli altri centri colpiti dal sisma si giocherà quindi su un terreno più ampio rispetto a quello della sola ricostruzione edilizia.
L'obiettivo è evitare che, tra dieci anni, possano esistere centri storici perfettamente ricostruiti, sicuri e di grande valore architettonico, ma privi di residenti e attività.
La sfida indicata dagli Architetti è dunque quella di collegare ricostruzione fisica, ripopolamento, economia locale, servizi e qualità urbana all'interno di una strategia di lungo periodo.
Il confronto sulle proposte operative della categoria sarà al centro della Conferenza Nazionale degli Ordini degli Architetti, in programma a L'Aquila il 15 e 16 ottobre.
Perché, a dieci anni dal terremoto, la domanda non è più soltanto come ricostruire. È soprattutto per chi e per quale futuro farlo.
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