Le tensioni geopolitiche internazionali tornano a scuotere i mercati delle materie prime e riportano al centro una delle principali vulnerabilità strutturali dell’economia italiana: il costo dell’energia elettrica.
L’ultima analisi realizzata da Confcommercio in collaborazione con il CER evidenzia un quadro di forte svantaggio competitivo per il sistema produttivo nazionale. A settembre 2026, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’elettricità ha registrato un aumento del 73,3% rispetto ai valori medi del 2025, raggiungendo livelli superiori del 271,1% rispetto al periodo pre-pandemico.
Un andamento che rischia di incidere sulla capacità delle imprese di mantenere competitività e margini, soprattutto nei settori maggiormente esposti ai costi energetici.
L’Italia e il divario con l’Eurozona
A preoccupare non è soltanto il livello assoluto dei prezzi, ma anche il confronto con le principali economie europee. L’analisi mette infatti in evidenza un vero e proprio “spread energetico” a sfavore dell’Italia.
Il costo dell’elettricità nel nostro Paese risulta superiore di 65,3 euro al MWh rispetto alla Germania, di 67,2 euro rispetto alla Spagna e di ben 69,4 euro rispetto alla Francia.
Un differenziale che rappresenta un fattore di competitività rilevante per il sistema produttivo. In un mercato europeo integrato, infatti, sostenere costi energetici più elevati rispetto ai principali concorrenti può tradursi in una maggiore pressione sui costi di produzione e, di conseguenza, sui prezzi finali di beni e servizi.
Il tema energetico torna così a essere non soltanto una questione ambientale o infrastrutturale, ma anche un elemento determinante per la capacità dell’economia italiana di crescere.
Lo scenario sul petrolio
Il quadro potrebbe ulteriormente complicarsi qualora le tensioni sui mercati delle materie prime dovessero tradursi in un aumento strutturale delle quotazioni petrolifere.
Secondo le stime dell’Ufficio Studi Confcommercio, nell’ipotesi di un prezzo del Brent stabilmente a 140 dollari al barile nel 2027, l’inflazione italiana potrebbe accelerare di 0,7 punti percentuali, raggiungendo il 3,7%.
L’aumento dei costi energetici avrebbe così effetti a cascata sull’intero sistema economico, incidendo sia sui costi delle imprese sia sul potere d’acquisto delle famiglie.
Consumi e PIL sotto pressione
Lo scenario delineato da Confcommercio indica infatti un impatto diretto anche sulla domanda interna. Con il Brent a 140 dollari, i consumi delle famiglie potrebbero ridursi complessivamente di circa 6,5 miliardi di euro, pari a una perdita di circa 250 euro reali per nucleo familiare.
La conseguenza sarebbe un rallentamento della crescita economica: il PIL italiano, secondo le stime, si fermerebbe allo 0,6%.
Il caro energia rischia quindi di trasformarsi da problema settoriale a freno per l’intera economia, attraverso una combinazione di costi più elevati per le imprese, inflazione più alta e minore capacità di spesa delle famiglie.
Per il sistema produttivo italiano, la riduzione del differenziale energetico con gli altri Paesi europei diventa così un tema sempre più centrale. Competitività, crescita e transizione energetica dipendono infatti anche dalla capacità di garantire energia a costi sostenibili e prevedibili.
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