L’Italia può tornare a considerare l’energia nucleare nel proprio mix energetico partendo da una base industriale che, nonostante l’assenza di centrali operative, ha mantenuto competenze e capacità produttive rilevanti a livello europeo. Il passaggio decisivo è arrivato il 23 settembre 2026, con l’approvazione definitiva in Senato della legge delega sull’energia nucleare. La sua attuazione resta tuttavia legata all’emanazione dei decreti attuativi, attesi entro la fine della legislatura, e alla definizione delle condizioni economiche, regolatorie e sociali necessarie per avviare nuovi progetti.
È quanto emerge dal Nuclear Energy Innovation Outlook 2026, il rapporto elaborato da Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e presentato il 28 ottobre insieme alle imprese partner.
Lo studio analizza le prospettive della tecnologia nucleare a livello internazionale e le opportunità per il sistema produttivo italiano, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor (SMR), ai reattori modulari avanzati (AMR) e alle condizioni necessarie per il loro sviluppo.
La ripartenza, secondo il rapporto, non avverrebbe da zero. La filiera nazionale conserva infatti competenze nella produzione di grandi forgiati, recipienti in pressione, tubazioni, componenti meccanici, ingegneria, progettazione e smantellamento degli impianti. A queste si aggiunge la presenza di operatori italiani già coinvolti in progetti nucleari internazionali.
Domanda elettrica in crescita e ruolo delle fonti programmabili
Uno dei fattori che alimentano il dibattito sul nucleare è l’evoluzione attesa dei consumi elettrici. Secondo le stime richiamate dal rapporto, la domanda nazionale potrebbe raddoppiare entro il 2050, sostenuta dall’elettrificazione dei consumi civili e industriali, dalla diffusione della mobilità elettrica e delle pompe di calore, oltre che dalla crescita dei data center e delle infrastrutture digitali.
Parallelamente, il sistema di generazione è destinato a trasformarsi. Dall’attuale mix, composto indicativamente per il 60% da termoelettrico convenzionale e per il 40% da rinnovabili, si potrebbe passare a uno scenario in cui le fonti rinnovabili non programmabili rappresentano il 75-83% della produzione, in linea con le prospettive considerate per altri Paesi europei.
In questo contesto, il nucleare viene analizzato come possibile complemento alle rinnovabili, grazie alla capacità di produrre elettricità in modo continuo e programmabile. La sua funzione potenziale riguarda la copertura del fabbisogno di base, la sicurezza degli approvvigionamenti e la riduzione dell’esposizione alla volatilità dei combustibili fossili.
«Il nucleare può giocare un ruolo chiave nel mix energetico nazionale», afferma Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy e responsabile del rapporto, sottolineando che la transizione dovrà essere non soltanto sostenibile dal punto di vista ambientale, ma anche sicura e strategica.
Il rapporto evidenzia inoltre la necessità di adeguare le infrastrutture energetiche all’aumento della domanda e alla maggiore distribuzione geografica della generazione. Senza investimenti nelle reti, potrebbero accentuarsi gli squilibri tra produzione e consumi nelle diverse aree del Paese, con possibili pressioni sui prezzi elettrici zonali.
Il costo dei primi SMR: fino a 217 euro per MWh
Uno dei nodi centrali riguarda la sostenibilità economica dei nuovi impianti. Per il primo Small Modular Reactor che entrerà in funzione in Italia, il rapporto stima un costo medio unitario di generazione dell’elettricità, o LCOE, compreso tra 110 e 217 €/MWh, in funzione dei costi di investimento e dei tempi di costruzione.
Le simulazioni considerano tre scenari:
- Scenario conservativo: 217 €/MWh, con un investimento di 9.000 €/kWe e otto anni di costruzione.
- Scenario standard: 150 €/MWh, con un investimento di 8.000 €/kWe e sei anni di costruzione.
- Scenario ottimizzato: 110 €/MWh, con un investimento di 7.000 €/kWe e cinque anni di costruzione.
Per il primo impianto, un intervallo ritenuto realistico dallo studio è compreso tra 135 e 196 €/MWh. Il risultato dipenderà soprattutto dai costi di investimento, dalle condizioni di finanziamento e dalla capacità di rispettare i tempi previsti.
Per gli impianti successivi, invece, le economie legate alla standardizzazione e alla ripetizione delle installazioni potrebbero contribuire a ridurre i costi. Al 2050, il rapporto stima un LCOE compreso tra 110 e 147 €/MWh nello scenario caratterizzato da uno sviluppo più ampio dei reattori, contro 115-154 €/MWh nello scenario intermedio.
I valori indicati non configurano quindi una produzione necessariamente economica in termini assoluti. La valutazione deve considerare anche i benefici potenziali per il sistema elettrico: continuità della generazione, minore dipendenza dal gas importato, maggiore prevedibilità dei costi nel lungo periodo e contributo alla decarbonizzazione.
Secondo il rapporto, un mix ottimizzato di rinnovabili non programmabili e fonti programmabili a basse emissioni, tra cui il nucleare e il termoelettrico a gas con cattura e stoccaggio della CO₂ (CCS), potrebbe ridurre del 15-17% il costo medio di generazione dell’elettricità entro il 2050. Si tratta di una stima riferita allo scenario di sistema analizzato, non di una riduzione garantita per le singole tecnologie o per i consumatori.
La filiera italiana punta sui reattori modulari
Gli Small Modular Reactor e gli Advanced Modular Reactor rappresentano una possibile opportunità di sviluppo per le imprese italiane, che possono mettere a disposizione competenze già consolidate nella produzione di componenti complessi e nei servizi di ingegneria.
A livello globale risultano in sviluppo almeno 95 design di piccoli reattori modulari, anche se per 74 sono disponibili informazioni sufficienti per l’analisi del rapporto. Tra questi figurano 40 progetti di Advanced Modular Reactor, 23 di Small Modular Reactor e 11 di Micro Modular Reactor. Gli Stati Uniti guidano per numero di design con informazioni disponibili, pari a 37, seguiti dalla Francia con 11.
Anche l’Italia dispone di centri di ricerca, gruppi industriali e start-up attivi in progetti europei e nello sviluppo di design propri, in particolare nell’ambito dei reattori modulari avanzati e di piccola taglia.
«Le imprese italiane devono entrare nei progetti di realizzazione di Small Modular Reactor e Advanced Modular Reactor nel mondo», osserva Chiesa. La partecipazione ai programmi internazionali potrebbe consentire alle aziende di acquisire esperienza, specializzarsi in segmenti tecnologici strategici e sviluppare l’esportazione di componenti e servizi.
Per cogliere queste opportunità, tuttavia, non sarà sufficiente disporre di competenze tecniche. Serviranno partnership internazionali, una maggiore capacità di operare secondo standard condivisi e investimenti nella qualificazione dei fornitori, così da rispettare gli stringenti requisiti di qualità e sicurezza del settore nucleare.
Norme, finanziamenti e formazione: le condizioni per passare ai progetti
La crescita della filiera richiede un quadro regolatorio stabile, con procedure di autorizzazione e licensing chiare e tempi prevedibili. L’incertezza normativa rappresenta infatti un ostacolo alla programmazione degli investimenti, soprattutto per le imprese chiamate a sostenere costi di qualificazione e a sviluppare componenti destinati a impianti con cicli di vita pluridecennali.
Un altro tema riguarda i modelli economici dei nuovi reattori. Per gli SMR, contratti di fornitura di lungo periodo, come i Power Purchase Agreement (PPA) stipulati con industrie energivore e data center, sono indicati dal rapporto tra le possibili soluzioni per dare maggiore prevedibilità ai ricavi.
Lo studio richiama anche l’importanza di modelli di business basati su consorzi e di una chiara ripartizione dei rischi tra soggetti pubblici e privati, accompagnata da strumenti finanziari e meccanismi di garanzia. Queste condizioni potrebbero favorire la sostenibilità dei progetti, in particolare nei distretti industriali caratterizzati da elevati consumi energetici.
Fondamentale sarà inoltre la disponibilità di personale specializzato. La realizzazione e la gestione degli impianti richiederanno figure tecniche in possesso delle certificazioni previste dagli sviluppatori e dalle normative applicabili. La sfida per il sistema italiano sarà formare nuove professionalità, aggiornare le competenze esistenti e attrarre anche personale qualificato dall’estero.
Tra gli obiettivi indicati dal rapporto figura la possibilità di rendere operativo un primo impianto entro il 2035. Per raggiungerlo sarà necessario coordinare istituzioni, imprese, organismi di ricerca e operatori energetici, assicurando coerenza tra pianificazione industriale, procedure autorizzative e disponibilità delle risorse.
Nucleare nel mondo, l’Asia guida le nuove costruzioni
Il quadro internazionale mostra un settore che continua a investire, sebbene con una distribuzione geografica sempre più spostata verso l’Asia. Negli ultimi dieci anni sono stati avviati oltre 70 cantieri nucleari. Di circa 81 GW di capacità complessiva in costruzione, 57 GW si trovano in Asia, mentre nell’Europa occidentale la capacità in costruzione è pari a circa 7 GW. Negli Stati Uniti, secondo i dati riportati dallo studio, non risultano cantieri per nuovi reattori nella rilevazione considerata.
La Cina rappresenta il principale polo di sviluppo, con circa 40 GW di capacità nucleare in costruzione. Negli ultimi dieci anni, inoltre, il 51% dei reattori entrati in esercizio nel mondo ha utilizzato tecnologia di origine cinese e il 36% tecnologia russa, secondo le elaborazioni del rapporto.
A livello globale, il numero dei reattori operativi è sceso dai 440 del 2005 a poco più di 417 nel 2026. La capacità installata è tuttavia rimasta sostanzialmente stabile, anche grazie all’aumento della potenza media degli impianti, passata da 836 MWe nel 2005 a 910 MWe nel 2024.
Nel 2026 l’Europa è l’area con la maggiore capacità nucleare installata, pari a 118 GWe su un totale mondiale di 379 GWe, seguita dal Nord America con 110 GWe e dall’Asia orientale con 108 GWe. La Francia guida in Europa con 63 GWe di capacità operativa, seguita dalla Russia con 28 GWe, dall’Ucraina con 13 GWe e da Spagna e Svezia con circa 7 GWe ciascuna. In totale, 17 Paesi europei dispongono di almeno un reattore operativo.
L’Europa investe nel nucleare e punta sugli SMR
L’Unione europea continua a considerare il nucleare nell’ambito delle strategie di sicurezza energetica e decarbonizzazione. Il Programme Illustrative Nucléaire Communautaire (PINC), pubblicato nel marzo 2026, prevede investimenti per 241 miliardi di euro nel nucleare civile fino al 2050.
Una parte del lavoro europeo riguarda il prolungamento della vita operativa degli impianti esistenti, mentre un altro filone è dedicato allo sviluppo di nuove tecnologie modulari. Gli SMR, gli AMR e i Micro Modular Reactor sono al centro di iniziative industriali e progettuali che coinvolgono sviluppatori, istituti di ricerca e fornitori.
In questo contesto opera anche la European Industrial Alliance on SMR, che mira a favorire la collaborazione industriale, armonizzare gli approcci regolatori e facilitare lo sviluppo di progetti sul territorio europeo.
Per le aziende italiane, la partecipazione a queste iniziative può rappresentare un canale per inserirsi nelle catene internazionali di fornitura, rafforzare le competenze e ampliare la presenza sui mercati esteri, anche prima dell’eventuale realizzazione di nuovi impianti nel Paese.
Il nodo dei rifiuti radioattivi e del Deposito nazionale
Tra le questioni ancora aperte per l’Italia figura la gestione dei rifiuti radioattivi. Il rapporto richiama la necessità di realizzare il Deposito nazionale, destinato a raccogliere circa 98.000 m³ di rifiuti provenienti dalla precedente stagione nucleare e da attività di ricerca, industria e medicina.
Il progetto comprende anche un Parco tecnologico e, secondo le stime riportate nello studio, potrebbe generare oltre 4.000 posti di lavoro all’anno durante la fase di cantiere, circa 700 nella fase di esercizio e ulteriori 300 nell’indotto. La realizzazione richiederà tuttavia ancora diversi anni.
La gestione dei rifiuti costituisce un elemento centrale della pianificazione nucleare, sia per le responsabilità ambientali e di sicurezza sia per la necessità di garantire una soluzione di lungo periodo ai materiali già presenti sul territorio.
Il consenso pubblico resta una variabile decisiva
La possibilità di rilanciare il nucleare in Italia dipenderà da una combinazione di fattori industriali, economici, normativi e sociali. Alla definizione dei decreti attuativi dovranno accompagnarsi valutazioni sui costi effettivi degli impianti, procedure autorizzative certe, disponibilità di competenze e una pianificazione coerente con l’evoluzione del sistema elettrico.
Resta inoltre centrale il tema dell’accettazione pubblica, sia rispetto alla tecnologia sia in relazione ai territori che potrebbero ospitare gli impianti. Il rapporto non esclude la possibilità di un terzo referendum sul nucleare, dopo le consultazioni abrogative del 1987 e del 2011.
«È essenziale il ruolo delle istituzioni nella diffusione di informazioni corrette, nel sostenere la filiera e nel rendere operativo un primo impianto già entro il 2035, attraverso un forte coordinamento tra attori pubblici e privati», conclude Chiesa.
Il Nuclear Energy Innovation Outlook 2026 delinea dunque un’opportunità industriale per l’Italia, ma anche un percorso che richiede decisioni e investimenti di lungo periodo. La competitività della filiera nazionale, la partecipazione ai programmi internazionali sugli SMR e la capacità di costruire un quadro normativo ed economico credibile saranno determinanti per capire quale ruolo il nucleare potrà effettivamente assumere nel futuro energetico del Paese.
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