Il dissesto idrogeologico non è soltanto una conseguenza degli eventi meteorologici estremi. È il risultato di una complessa interazione tra caratteristiche fisiche del territorio, dinamiche idrologiche, uso del suolo, trasformazioni insediative, condizioni degli ecosistemi e capacità delle istituzioni di conoscere, pianificare e intervenire.
È proprio dalla necessità di leggere questa complessità che nasce “Dissesto idrogeologico e difesa del suolo – Norme, strumenti e governance”, il nuovo volume di Nazario Palmieri, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, con la collaborazione di Massimo Gargano e Francesco Vincenzi.
L’opera propone un percorso articolato che parte dalla conoscenza dei processi naturali e arriva alla dimensione istituzionale della prevenzione e della mitigazione del rischio.
Dal fenomeno fisico alla decisione pubblica
Uno degli elementi caratterizzanti dell’opera è la scelta di partire dai processi che determinano la fragilità del territorio. È un passaggio importante perché consente di comprendere il dissesto non soltanto come una categoria amministrativa o come una voce della pianificazione territoriale, ma come un fenomeno fisico che deve essere conosciuto nelle sue cause e nelle sue dinamiche.
La prima parte dell’opera approfondisce, in particolare, il rapporto tra gestione selvicolturale, incendi boschivi e fenomeni di dissesto idrogeologico, arrivando alle sistemazioni idraulico-forestali nei bacini montani.
Queste ultime vengono presentate come un insieme coordinato di interventi forestali, idraulici e ingegneristico-naturalistici destinati a regolare i processi erosivi, stabilizzare i versanti, controllare il trasporto solido e mantenere l’equilibrio funzionale dei bacini idrografici.
La fotografia del rischio in Italia
Dalla dimensione fisica si passa poi alla fotografia del dissesto sul territorio nazionale.
L’autore analizza il Rapporto ISPRA 2024 per analizzare vulnerabilità territoriale, eventi climatici estremi, popolazione esposta, fenomeni franosi e aggiornamento della pericolosità da frana.
Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra pericolosità da frana e Piano di Assetto Idrogeologico, così come agli indicatori che vengono utilizzati nella pianificazione territoriale, economica e gestionale.
Il quadro viene completato dall’analisi del rischio alluvioni, in riferimento alla Direttiva 2007/60/CE, e dal tema dell’erosione costiera.
Il dato, in questa prospettiva, non è fine a se stesso. Cartografie, indicatori e sistemi informativi hanno una funzione strategica quando riescono a fornire alle istituzioni gli elementi necessari per assumere decisioni coerenti con le caratteristiche e le vulnerabilità dei territori.
Una storia normativa lunga più di un secolo
Per comprendere l’attuale sistema della difesa del suolo è necessario anche conoscerne l’evoluzione normativa, presentata nel dettaglio a partire dalla legislazione dal 1904 al 2026.
Il percorso prende avvio dal R.D. 25 luglio 1904, n. 523, relativo alle opere idrauliche, e dal R.D. 30 dicembre 1923, n. 3267, dedicato ai boschi e ai terreni montani.
Seguono il R.D. n. 215/1933 sulla bonifica integrale, il trasferimento delle funzioni amministrative alle Regioni attraverso il D.P.R. n. 616/1977 e la svolta rappresentata dalla Legge n. 183/1989, che introduce un nuovo assetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo.
La ricostruzione attraversa poi i provvedimenti adottati dopo alcuni degli eventi calamitosi che hanno segnato la storia recente del Paese, tra cui il Decreto Sarno del 1998 e il Decreto Soverato del 2000, per arrivare al D.Lgs. n. 152/2006, alla normativa sul rischio alluvioni, al riordino delle Autorità di bacino, al Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente e al Codice della Protezione Civile.
Questa lunga evoluzione permette di evidenziare un passaggio fondamentale: la difesa del suolo è progressivamente diventata una materia nella quale pianificazione, prevenzione, valutazione del rischio e coordinamento istituzionale devono essere affrontati in modo integrato.
La vera sfida: dalla governance alle opere
La parola “governance” rischia talvolta di rimanere un concetto astratto ma occorre ricondura ad una dimensione concreta: la capacità di coordinare soggetti, competenze, finanziamenti, procedure e tempi di realizzazione.
L’ultima parte dell’opera analizza il Piano nazionale ProteggItalia, il ruolo del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, della Conferenza Stato-Regioni e del Dipartimento della Protezione Civile.
Particolare attenzione è riservata alle Autorità di bacino distrettuali, alle loro funzioni di pianificazione e programmazione e agli strumenti attraverso i quali viene organizzata la gestione del rischio: Piano di bacino distrettuale, PAI, Piano di gestione delle acque e Piano di gestione del rischio alluvioni (PGRA).
In questa prospettiva assume particolare interesse il confronto con la documentazione della Corte dei conti, attraverso la Relazione del 2021 e il Referto del 2026.
Il controllo contabile e amministrativo introduce infatti una domanda decisiva: quanto è realmente efficace la capacità del sistema pubblico di trasformare norme, pianificazione e risorse finanziarie in interventi concreti di mitigazione del rischio?
Prevenire significa programmare
Occorre quindi ricordare che prevenzione non coincide con una singola opera né con una singola amministrazione. Richiede continuità. Richiede conoscenze diverse. Richiede programmazione. E richiede soprattutto la capacità di mantenere collegati i diversi livelli del sistema. Il dissesto, infatti, non conosce i confini amministrativi. Un fenomeno che nasce in un versante può influenzare un corso d’acqua, un centro abitato, una rete infrastrutturale o un territorio situato più a valle.
Per questo la dimensione del bacino idrografico diventa essenziale e, con essa, la necessità di coordinare competenze e strumenti.
Una nuova cultura della sicurezza territoriale
Oggi viviamo in una fase in cui la disponibilità di dati, tecnologie e strumenti di monitoraggio sta aumentando rapidamente. Ma la tecnologia, da sola, non risolve il problema.
Il valore dell’informazione dipende dalla capacità delle istituzioni di utilizzarla per orientare le scelte.
È questo il punto nel quale la dimensione scientifica incontra quella amministrativa.
La conoscenza della fragilità territoriale deve diventare capacità di decisione; la decisione deve tradursi in programmazione; la programmazione deve produrre interventi; gli interventi devono essere sottoposti a monitoraggio e verifica.
È lungo questa catena che si misura, in ultima analisi, l’efficacia della governance del rischio.
La difesa del suolo come responsabilità collettiva
In definitiva, “Dissesto idrogeologico e difesa del suolo – Norme, strumenti e governance” propone una domanda che va oltre le singole emergenze e i singoli interventi: come trasformare la conoscenza della fragilità del territorio in una capacità permanente di prevenzione e governo?
La risposta passa necessariamente dalla relazione tra norme, strumenti e governance, gli stessi tre elementi che compongono il titolo del volume.
La difesa del suolo emerge così come una responsabilità che coinvolge competenze scientifiche, tecniche e amministrative e che richiede una visione di lungo periodo.
Non soltanto intervenire quando il dissesto si manifesta, dunque, ma conoscere i processi prima che producano danni, pianificare prima dell’emergenza e governare le risorse affinché la prevenzione possa diventare concreta.
È in questa relazione tra conoscenza, pianificazione e capacità istituzionale che si gioca una parte decisiva della sicurezza futura del territorio italiano.
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