L’economia circolare si consolida nel sistema produttivo italiano, con un numero crescente di imprese che investono in pratiche orientate all’efficienza delle risorse, al riutilizzo dei materiali e alla riduzione degli sprechi. La transizione, tuttavia, procede a velocità differenti e il divario tra i risultati raggiunti e il potenziale ancora disponibile resta significativo.
È quanto emerge dal Circular Economy & Resource Efficiency Report 2026, realizzato da Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Ipsos Doxa e presentato il 5 novembre a Ecomondo. Secondo l'indagine, condotta tra aprile e giugno 2026 su un campione rappresentativo di 309 imprese, la quota di aziende che adottano pratiche di economia circolare è salita al 35%, rispetto al 34% del 2025. Parallelamente, l'investimento medio stimato ha raggiunto 189mila euro, registrando un incremento del 44% rispetto ai 131mila euro dell'anno precedente.
Imprese più attive, ma il mercato si divide sulla transizione
La crescita dell'adozione interessa quasi tutte le classi dimensionali, con incrementi particolarmente significativi tra le grandi aziende (+3%) e le microimprese (+5%). Le grandi realtà risultano le più avanzate, con il 42% che dichiara di aver già introdotto pratiche circolari, contro il 32% delle microimprese.
Rimane invece stabile il livello medio di maturità, pari a 3 su 5, mentre si rafforza l'attenzione alla misurazione dei risultati: questa attività è presente nel 28% del campione, corrispondente all'80% delle imprese che hanno già adottato iniziative di economia circolare. Più lenta la trasformazione organizzativa, considerando che soltanto il 9% delle aziende dispone di una figura interamente dedicata a questi temi.
Un segnale di attenzione riguarda però le prospettive future: la quota di imprese che prevede di introdurre pratiche circolari scende dal 34% al 31%, mentre cresce dal 31% al 34% quella di chi non intende avviare questo percorso. Il mercato appare quindi sempre più polarizzato tra le aziende che hanno già intrapreso la transizione e quelle che non hanno ancora maturato una strategia in questa direzione.
Investimenti in crescita, ma i benefici restano lontani dal potenziale
L'incremento degli investimenti rappresenta uno dei principali segnali di consolidamento. Nel 2026 la spesa media per impresa ha raggiunto 189mila euro, con una crescita del 44% su base annua. Aumentano anche gli interventi di maggiore entità: la quota di investimenti superiori a 500mila euro passa dal 4% al 13%, concentrandosi soprattutto nelle aziende medio-grandi e in alcuni comparti produttivi, tra cui l'agricoltura.
Resta tuttavia elevata la presenza di iniziative di dimensioni contenute: quasi due investimenti su tre non superano i 150mila euro. Un dato che evidenzia come la transizione sia ancora caratterizzata da interventi spesso circoscritti, con margini importanti per sviluppare progetti più strutturati e integrati nelle strategie industriali.
Sul fronte dei risultati, l'economia circolare genera oggi in Italia risparmi economici stimati in 19,8 miliardi di euro all'anno, in aumento dell'8,2% rispetto al 2025, e una riduzione delle emissioni pari a 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente annue. Si tratta però soltanto del 17% del potenziale teorico al 2030. Per raggiungere gli obiettivi individuati mancano ancora 99 miliardi di euro di risparmi e 14 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni evitate.
Costruzioni e materiali da costruzione tra i settori più virtuosi
Tra i comparti produttivi, quello delle costruzioni e dei materiali da costruzione occupa una posizione di primo piano. Secondo il Rapporto, contribuisce infatti per il 35% ai risparmi economici complessivi generati dall'economia circolare in Italia, seguito dall'Alimentare e Bevande con il 31% e dal settore degli Autoveicoli con l'11%.
I primi tre macrosettori concentrano quindi il 77% dei benefici economici complessivi, pari a circa 15,2 miliardi di euro. In particolare, costruzioni e alimentare generano insieme circa 13 miliardi di euro di risparmi.
Per il settore delle costruzioni, questi risultati confermano il ruolo strategico delle pratiche di circolarità nella gestione delle risorse, nell'impiego efficiente dei materiali e nella riduzione degli impatti ambientali lungo il ciclo produttivo. La possibilità di incrementare ulteriormente i benefici passa però dalla capacità di superare gli interventi isolati, favorendo modelli industriali che integrino recupero, trattamento e reimmissione dei materiali nei processi produttivi.
La strategia europea punta sui mercati circolari e sulle materie prime critiche
Il quadro normativo europeo sta progressivamente ampliando il perimetro dell'economia circolare. L'attenzione non riguarda più soltanto la gestione dei rifiuti, ma coinvolge l'intero ciclo di vita dei prodotti, dalla progettazione alla produzione, fino al recupero e al reimpiego dei materiali.
Come sottolinea Davide Chiaroni, vicedirettore di Energy&Strategy e responsabile del Rapporto, l'Unione europea sta orientando le proprie politiche verso la costruzione di mercati unici circolari, con l'obiettivo di valorizzare le materie prime seconde e ridurre la dipendenza dai fornitori extraeuropei.
In questo contesto si inserisce il previsto Circular Economy Act, destinato a rafforzare il mercato dei materiali riciclati e a favorire l'armonizzazione dei criteri End of Waste, che stabiliscono quando un materiale recuperato può cessare di essere qualificato come rifiuto. Tra gli obiettivi europei figura l'incremento del tasso di utilizzo circolare dei materiali dall'attuale 11,8% al 24% entro il 2030.
Per le materie prime critiche, inoltre, il quadro comunitario individua obiettivi specifici: il 10% di estrazione, il 40% di trasformazione e il 15% di riciclo. La finalità è costruire filiere europee capaci non soltanto di recuperare le risorse, ma anche di reinserirle in produzioni ad alto valore aggiunto.
Normativa italiana, tra avanzamenti e criticità operative
Sul fronte nazionale, il monitoraggio della Strategia nazionale per l'economia circolare evidenzia progressi, ma anche ritardi nell'attuazione. Dei 104 obiettivi previsti dal cronoprogramma, 66 risultano attuati, 24 sono in corso e 14 devono ancora essere completati.
Tra gli avanzamenti figura il recepimento della disciplina europea sulle batterie. Permangono tuttavia alcune criticità che condizionano la pianificazione degli investimenti e lo sviluppo di modelli di simbiosi industriale. In particolare, gli operatori continuano a confrontarsi con incertezze sulla qualificazione dei materiali come rifiuti, sottoprodotti o materie prime seconde, oltre che sull'applicazione del sistema di responsabilità estesa del produttore (EPR).
A questi elementi si aggiunge la rimodulazione delle risorse del PNRR destinate agli impianti di gestione dei rifiuti e ai cosiddetti progetti faro, passate dai 2,1 miliardi di euro inizialmente previsti a 1,764 miliardi. Una riduzione che incide sulla visibilità delle risorse disponibili e sulla continuità degli interventi, mentre per le materie prime critiche resta ancora una distanza tra i finanziamenti stanziati e quelli effettivamente erogati.
Fotovoltaico e batterie al litio: il valore ancora da recuperare
Un approfondimento specifico del Rapporto riguarda le filiere del fine vita dei moduli fotovoltaici e delle batterie al litio, analizzate nel periodo 2026-2040. Due ambiti nei quali l'aumento dei volumi da gestire può rappresentare un'importante opportunità industriale, a condizione di rafforzare la raccolta e soprattutto le tecnologie di trattamento e recupero.
Per i moduli fotovoltaici, il potenziale individuato riguarda circa 1,9 milioni di tonnellate di materiali recuperabili. Tuttavia, il 64% del valore potenziale non viene intercettato nella fase di raccolta, mentre un ulteriore 28% viene perso a causa di trattamenti insufficienti. Soltanto l'8% del valore complessivo, pari a circa 0,2 miliardi di euro, viene attualmente valorizzato.
Le filiere esistenti sono infatti concentrate soprattutto sul recupero di alluminio e rame, mentre la valorizzazione delle frazioni contenenti silicio e argento, che rappresentano oltre il 70% del valore dei materiali, richiede processi tecnologici più avanzati.
Situazione analoga per le batterie al litio, per le quali la capacità italiana di pretrattamento è in crescita, ma resta limitata quella di raffinazione della cosiddetta massa nera, il materiale ottenuto dal trattamento delle batterie esauste e contenente metalli strategici. Su circa 629mila tonnellate destinate al riciclo, per un valore potenziale di 6,2 miliardi di euro, soltanto 1 miliardo, pari al 16%, risulta recuperabile nello scenario attuale. Il 64% del valore non viene intercettato nella raccolta e un ulteriore 19% viene perso per l'insufficienza dei trattamenti.
Dalla raccolta alla valorizzazione industriale: la sfida per il 2030
I risultati del Circular Economy & Resource Efficiency Report 2026 indicano che l'economia circolare italiana ha superato una prima fase di diffusione e sta entrando in una nuova stagione, nella quale la priorità non è soltanto aumentare il numero di imprese coinvolte, ma migliorare l'efficacia degli interventi e la capacità di generare valore economico e ambientale.
Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario rafforzare le competenze aziendali, migliorare i sistemi di raccolta, investire in tecnologie di recupero avanzate e sviluppare una domanda industriale stabile di materiali secondari. Una trasformazione che riguarda direttamente anche il comparto delle costruzioni, chiamato a contribuire alla creazione di filiere più efficienti e a un utilizzo sempre più strategico delle risorse.
Come evidenzia Chiaroni, la competitività futura del sistema produttivo italiano ed europeo dipenderà dalla capacità di tradurre gli obiettivi normativi in condizioni industriali ed economiche concrete. La circolarità diventa così non soltanto uno strumento di sostenibilità ambientale, ma anche una leva per rafforzare l'autonomia produttiva e la sicurezza degli approvvigionamenti.
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