L'economia italiana continuerà a crescere anche nel 2026, ma con intensità differenti tra le diverse aree del Paese. È quanto emerge dall'ultima analisi dell'Ufficio Studi di Confcommercio sui principali indicatori economici regionali, che fotografa un'Italia ancora caratterizzata da profonde differenze territoriali, con un Centro-Nord dinamico e un Mezzogiorno che fatica a recuperare il terreno perduto.
Secondo le previsioni, nel 2026 il Pil nazionale aumenterà dello 0,9%, migliorando il risultato del 2025, mentre i consumi delle famiglie cresceranno dell'1,2%. Numeri positivi, ma che nascondono un andamento disomogeneo destinato, secondo Confcommercio, ad ampliare ulteriormente il divario economico tra le diverse aree del Paese.
Lombardia ancora locomotiva dell'economia italiana
A guidare la crescita è ancora una volta la Lombardia, che si conferma la regione con le migliori performance sia sul fronte della produzione di ricchezza sia su quello della spesa delle famiglie.
Per il 2026 l'Ufficio Studi stima una crescita del Pil dell'1,2% e dei consumi dell'1,8%, valori nettamente superiori alla media nazionale.
Alle spalle della Lombardia si collocano il Trentino-Alto Adige, con un Pil previsto in aumento dell'1% e consumi al +1,5%, e il Lazio, anch'esso con una crescita del Pil dell'1% e consumi in aumento dell'1,4%.
Si tratta di territori caratterizzati da una maggiore diversificazione produttiva, da livelli di occupazione più elevati e da una capacità di attrarre investimenti pubblici e privati che continua a sostenere la domanda interna.
Il Mezzogiorno continua a crescere meno
Lo scenario cambia sensibilmente nelle regioni meridionali.
Secondo Confcommercio, Basilicata e Calabria chiuderanno il 2026 con una crescita del Pil pari appena allo 0,6%, risultando le regioni meno dinamiche del Paese. Anche sul fronte dei consumi i risultati sono contenuti, rispettivamente +0,4% e +0,5%, ben al di sotto della media nazionale.
Più in generale, l'analisi evidenzia come in molte regioni del Mezzogiorno la spesa delle famiglie non abbia ancora recuperato i livelli registrati prima della crisi finanziaria del 2008. In diversi territori, infatti, i consumi rimangono inferiori a quelli del 2007, segnale di una domanda interna ancora fragile e di una capacità di spesa limitata.
Per l'Ufficio Studi di Confcommercio, questo andamento conferma il rischio di un progressivo ampliamento della distanza economica tra Nord e Sud.
I consumi restano il principale indicatore della fiducia
Tra gli elementi più significativi dell'analisi emerge il ruolo dei consumi delle famiglie come indicatore della vitalità economica dei territori.
L'aumento previsto per il 2026 rappresenta un miglioramento rispetto all'anno precedente, ma la distribuzione della crescita appare fortemente concentrata nelle aree già più sviluppate del Paese.
Laddove aumentano occupazione, redditi e investimenti, cresce anche la capacità di spesa delle famiglie. Al contrario, nelle regioni che continuano a registrare livelli occupazionali più bassi e una minore produttività, la domanda interna rimane debole, limitando le prospettive di sviluppo.
Le ricadute sul settore delle costruzioni
Per il comparto delle costruzioni e dell'immobiliare il quadro delineato da Confcommercio assume particolare rilevanza.
La crescita economica regionale rappresenta infatti uno dei principali fattori che influenzano gli investimenti in edilizia residenziale, direzionale e commerciale. Territori caratterizzati da un Pil in aumento e da consumi dinamici tendono ad attrarre maggiori investimenti immobiliari, favorendo nuovi interventi edilizi, programmi di rigenerazione urbana e sviluppo delle infrastrutture.
Al contrario, nelle aree in cui la crescita economica procede più lentamente diventa più difficile sostenere la domanda di nuove abitazioni, riqualificazioni e spazi produttivi, con possibili ripercussioni sull'intera filiera delle costruzioni.
Anche il mercato della riqualificazione energetica e della rigenerazione urbana potrebbe risentire di queste differenze territoriali. La capacità di investimento delle famiglie e degli enti locali rappresenta infatti un elemento determinante per l'avvio di interventi di efficientamento del patrimonio edilizio, tema destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale anche alla luce degli obiettivi europei di decarbonizzazione.
Ridurre il divario per sostenere la crescita
Nelle conclusioni dell'analisi, Confcommercio sottolinea che la principale sfida economica dei prossimi anni rimane la riduzione del divario territoriale.
Una crescita concentrata prevalentemente nel Centro-Nord rischia infatti di accentuare gli squilibri strutturali del Paese, limitando il potenziale di sviluppo complessivo dell'economia italiana.
Secondo l'Ufficio Studi, ridurre la "forbice" tra Nord e Sud rappresenta la condizione essenziale per rendere la crescita più equilibrata e duratura. Un obiettivo che richiede politiche capaci di rafforzare la competitività del Mezzogiorno, migliorare le infrastrutture materiali e digitali, sostenere gli investimenti delle imprese e favorire una maggiore capacità di spesa delle famiglie.
Per il settore delle costruzioni, questo significa puntare su programmi di rigenerazione urbana, infrastrutture, messa in sicurezza del territorio e riqualificazione del patrimonio edilizio come leve per stimolare lo sviluppo economico e contribuire a ridurre gli squilibri territoriali che continuano a caratterizzare il Paese.
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